Intervista a Stefano Cavazzini [Parma, 2022]

Ho avuto il piacere di conoscere Stefano nel 2015. Se ricordo bene, avevo visto delle sue foto su Facebook, che mi avevano colpito e gli avevo chiesto di incontrarlo. All’interno del suo portfolio artistico si coniugano liricità poetica, un forte senso della geometria e della tecnica. Credo di poterlo definire un “EdgarAllan Poe” della fotografia. E’ dotato di una personalità curiosa, eclettica, intelligente, è “alla mano” e di un’umiltà che spaventa! Nel corso degli anni mi ha fatto alcuni ritratti, di cui vado fiera così mi sono permessa di fargli alcune domande sul suo percorso, cui lui ha gentilmente risposto…

  • Come e quando ti sei avvicinato alla fotografia? Presentati brevemente…

Sono nato nell’aprile del 1954 a Collecchio un grosso paese a vocazione agricola e artigiana  che si trova ad una decina di chilometri a sud-ovest di Parma. Secondo di sette figli, di una modestissima famiglia di grandi lavoratori, ho vissuto in campagna tutta la mia giovinezza per poi trasferirmi a Parma città nei primi anni ’70, dove vivo tutt’oggi. Ho cominciato ad avvicinarmi alla fotografia verso i venticinque anni, dopo diverse esperienze in altre arti grafiche, in particolare disegno e pittura.

  • Hai mai pensato di farne una professione?

No, sinceramente non è mai stato un mio desiderio. Il mondo della fotografia professionale, come quello della fotografia amatoriale di alto livello, si scontra con il mio carattere che è piuttosto riservato e di indole solitaria. Ciò non mi ha comunque impedito di realizzare diverse esposizioni, personali e collettive, in gallerie d’arte e location di varie città del nord.

  • Chi o che cosa ti piace fotografare?

All’inizio mi sono impegnato quasi esclusivamente nella fotografia naturalistica e di viaggio ma da un po’ di anni ho intrapreso nuovi percorsi e progetti tra i quali un reportage a chilometri zero alla ricerca di testimonianze della vita contadina del passato nel mio territorio, riscoprendo nel contempo anche la fotografia naturalistica interpretata utilizzando la magia e le grandi potenzialità del bianco e nero.  In realtà questo non si può definire un vero e proprio progetto ma più semplicemente il frutto di una naturale disposizione d’animo verso ciò che non ho mai smesso di amare – la bellezza in tutte le sue manifestazioni – che sia opera dell’universo o del genio dell’uomo; ne è nata una raccolta di fotografie che raccontano di tanti incontri emozionanti che solo in piccola parte possono definirsi fortuiti, e soprattutto della bellezza del ritrovare e del ritrovarsi. Sono molto affascinato anche dalla fotografia concettuale e creativa e dalle ricerche e sperimentazioni riguardanti tutto ciò che ha a che fare con l’illusione ottica che poi traduco in immagini.

  • Cosa o chi è più difficile per te fotografare?

Sicuramente le persone, infatti nelle mie fotografie l’uomo è poco rappresentato, anche se poi lo è in senso antropico, tramite i suoi artefatti e l’influenza che ha sull’ambiente. Ho sempre pensato infatti che l’umanità si possa benissimo testimoniare anche in sua assenza, a volte persino in maniera più originale e potente.

  • Chi o che cosa ti ispira? Cosa ti motiva per un nuovo progetto?

Ho la fortuna di essere particolarmente attento e sensibile agli stimoli che provengono dall’esterno e ancora più dall’interno, dal mio dentro più intimo e profondo. Spesso mi annoto frasi che leggo, concetti, idee o qualunque cosa mi colpisca in modo particolare. Queste  annotazioni sono come semi che se di buona qualità al momento opportuno, quando meno te lo aspetti germogliano e mettono radici. Ma sono convinto che le idee migliori siano quelle contro cui “inciampiamo” per caso, quelle che si manifestano come una vera e propria rivelazione.

  • Quale o quali sono i grandi fotografi che ti ispirano o che ti hanno ispirato?

Sicuramente Weston e Salgado assieme a tanti altri nomi meno conosciuti per quanto riguarda la fotografia, ma prendo molta ispirazione anche dalla pittura e qui dovrei citare diversi nomi: Picasso, De Chirico, Magritte, Bosch, Escher solo per citarne qualcuno. Inoltre sono molto affascinato e influenzato dall’arte orientale a partire dalla concezione che hanno gli orientali dell’arte stessa e, come dicevo prima, anche dalla letteratura o da quello che io stesso scrivo.

  • Hai un tipo di equipaggiamento (corpo macchina e obiettivo) che preferisci utilizzare?

Quando ho iniziato col digitale avevo una full frame professionale con obiettivi di buona qualità, poi ho utilizzato per diversi anni una vecchia reflex con solo il 50 macro. Attualmente posseggo una mirrorless leggera con 2 obbiettivi zoom. Personalmente penso che piuttosto che in una super attrezzatura bisognerebbe investire di più nella cultura fotografica, leggere molto sull’argomento, frequentare mostre, estendere l’interesse alle altre forme d’arte, stimolare e nutrire la curiosità che spesso resta solo latente dentro di noi.

  • Analogico o digitale?

Ho amato e utilizzato l’analogico per tanti anni ma oggi scatto solo con apparecchi digitali. Ho abbandonato l’analogico quando il digitale ha raggiunto una buona qualità.